Dalla Terra di Bari al Parlamento: l’ortopedia di Alessandro Guaccero

Nunzio Spina

Macerata

Declamava con voce risoluta e suadente, il senatore Guaccero, nell’emiciclo di Palazzo Madama. Era in corso la tornata del 21 marzo 1931, anno IX dell’era fascista. Aveva chiesto di parlare in sede di discussione sul bilancio di previsione dell’interno; e senza alcun timore di suscitare l’indifferenza dell’uditorio dichiarò che il suo intervento aveva come oggetto gli invalidi, ovvero “quei tanti infelici che per vizi congeniti di forma e funzione, o per malattie od infortuni dopo la nascita, difettano od hanno perduto attitudine e capacità lavorative”. Strumenti di prevenzione e organismi di assistenza erano i rimedi da lui invocati, sostenendo che per un paese come l’Italia – “all’avanguardia di tutte le Nazioni civili” – essi costituivano un dovere non solo morale ma anche sociale; potevano addirittura essere una risorsa. Parole che furono ascoltate da “orecchi sensibili”, in particolare da quelli del duce, Benito Mussolini, che il 7 marzo dell’anno successivo presentava un disegno di legge sulla denuncia obbligatoria dei nati deformi, dando così un ulteriore e decisivo impulso al suo programma di difesa della razza.

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