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Storia dell'Ortopedia

Fascicolo 3 - Settembre 2025

La dote di Domenico Logroscino: spirito libero e rigore scientifico!

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Publication Date: 2025-11-06

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Il marchio di qualità era di quelli che ti restavano incollati a vita: “allievo di Vittorio Putti”! Non una semplice etichetta da mettere in mostra, ma un vero e proprio titolo di merito, una carta d’identità professionale in cui figuravano impegno nello studio, dedizione piena al lavoro, aggiornamento e ricerca costanti. Si cresceva così alla scuola bolognese del Rizzoli, nel periodo in cui il prof. Putti – tra il 1915 e il 1940 – ne fu direttore unico. Una sorta di codice formativo al quale nessun allievo poteva sottrarsi.

Domenico Logroscino faceva parte di questa schiera. Nella sua, di carta d’identità, c’erano anche dei “segni particolari” del tutto personali: umiltà, riserbo, voglia di affermarsi senza inseguire la gloria. Per avvalersi di quelle virtù che aveva ricevuto in dote dal suo «maestro incomparabile» (come gli piaceva ricordarlo), poteva anche fare a meno di riflettori e di pulpiti. Se mai, a parlare per lui – e a metterne in luce l’opera – ci avrebbero pensato i suoi malati e, ancor più, le sue pregevoli pubblicazioni scientifiche.

Una carriera lunga quasi cinquant’anni, restando fedele a questo modo di pensare e di agire. Poco importava il ruolo, che fosse quello subalterno (dopo Putti, ebbe altri tre primari ai quali prestare la propria collaborazione) o quello dirigenziale, per il quale non esitò un bel giorno a incamminarsi solitario verso un’attività privata, costruendo con le sue mani una casa di cura a Bari. Sempre in prima linea, comunque; con immutate modestia e passione. Nel suo piccolo, era riuscito a trasformare quella dote in un patrimonio da investire e capitalizzare.

Da Putti a Delitala, allievo modello

La Puglia aveva rappresentato per Domenico Logroscino un ritorno alla terra di origine. In realtà era nato in Campania, precisamente a Lauro, paese in provincia di Avellino, sol perché papà Carlo, dottore in legge, lavorava in quel periodo presso la locale Agenzia delle Entrate. Era il 23 giugno del 1909. Seguendo i successivi trasferimenti della famiglia – che era originaria di Noicattaro, pochi chilometri a sud di Bari – Domenico visse infanzia e adolescenza a Trani, dove frequentò le scuole medie e il liceo classico, prima di ritrovarsi a Bologna, e là intraprendere gli studi universitari in Medicina.

L’incontro stregato con l’ortopedia, e col maestro carismatico che attirava discepoli al Rizzoli, avvenne sicuramente prima della laurea, dal momento che la tesi verteva su “La tubercolosi del collo del femore”, e il nome del relatore era proprio quello di Vittorio Putti. Uno scritto in cui già emergevano la buona propensione allo studio e l’acuto spirito di osservazione del giovane laureando, che alla tubercolosi ossea in generale, e in particolare agli studi anatomici sul collo del femore, avrebbe dedicato ancora indagini cliniche e sperimentali di grande interesse.

Intanto, il conseguimento della laurea, datato 12 luglio 1933, garantiva più di un riconoscimento. Il primo equivaleva alla votazione massima: 110 su 110 e lode. Arrivò poi il diploma del “Premio Vittorio Emanuele II”, concesso annualmente alla migliore tesi, da parte della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’ateneo bolognese. E ancora, il “Premio Rachele Paolucci”, intitolato alla mamma di Raffaele Paolucci, celebre clinico chirurgo e medaglia d’oro al valor militare per le sue gesta eroiche nel corso della Prima guerra mondiale.

A gratificarlo più di ogni elogio, tuttavia, fu sicuramente l’ingresso ufficiale nella equipe del prof. Putti. Il che avvenne praticamente subito dopo aver acquisito il titolo di dottore. Già nell’anno accademico ’33-’34, infatti, il suo nome (Logròscino Domenico, tanto per precisare la sillaba su cui porre l’accento) compare nell’elenco dei medici assegnati alla Clinica ortopedica del Rizzoli, in qualità di assistente volontario. Un privilegio che faceva tranquillamente passare in secondo piano la rinuncia a una retribuzione. Del resto, con lo stesso incarico figuravano tutti gli altri assistenti, tra cui Augusto Bonola, Calogero Casuccio, Filippo Perricone, Silvio Colombani. L’unico effettivo era l’aiuto, Oscar Scaglietti.

Questa iniziale frequenza nell’istituto bolognese si concluse nel 1935. In tempo, comunque, per far maturare i primi frutti delle sue ricerche. Il contributo più significativo lo diede con uno studio sulla vascolarizzazione della epifisi prossimale del femore, dal quale sarebbero derivate utilissime applicazioni pratiche. La relativa pubblicazione, “Il legamento rotondo e le sue arterie nella patologia dell’epifisi femorale”, venne ripresa dallo stesso Putti, quando per la prima volta presentò la sua metodica nella cura delle fratture del collo del femore, impiegando la vite da lui congegnata. Il suo giovane assistente, infatti, non si era limitato a esaminare l’anatomia del locale circolo vasale, ma aveva anche differenziato l’entità del danno che tale circolo poteva subire in base a meccanismo d’azione, topografia e morfologia della lesione ossea.

All’accurata revisione della letteratura sull’argomento, Logroscino aveva aggiunto i risultati della sua personale sperimentazione sul cadavere, per la quale adottava manualità tecniche che – a leggerle oggi – lasciano sbigottiti. Volendo sintetizzare, il procedimento consisteva in: lavaggio del sistema arterioso degli arti inferiori mediante irrigazione di soluzione fisiologica tiepida attraverso l’aorta addominale; iniezione nell’arteria iliaca comune di una soluzione radio-opaca (composta da solfuro di mercurio, olio di trementina, olio di oliva, etere etilico); quindi, radiografia della regione con raggi molli e senza schermo di rinforzo. Dall’immagine che si ricavava, la lente di ingrandimento provava poi a definire ogni ramo della rete vascolare. Che lavoro!

Con ben altri mezzi e strumenti, Raspall Trueta, il celebre chirurgo ortopedico spagnolo affermatosi poi in Inghilterra, avrebbe vent’anni dopo condotto il suo fondamentale studio sulla vascolarizzazione di varie parti dello scheletro; e sulla pubblicazione che ne conseguì, Logroscino ebbe l’onore di essere citato.

Ritrovarsi in un ambiente universitario, seppure da volontario, poteva anche risultare gratificante; ma l’esigenza di una autonomia economica, e forse anche la voglia di lanciarsi in nuove avventure, lo portò già nel 1935 a trasferirsi verso il confine nord-est della Penisola, in terra d’Istria, a quel tempo italiana. In località Valdoltra, su un tratto di costa adriatica rivolta a meridione e ben riparata dai venti, era sorto a inizio secolo un ospizio marino per la cura della tubercolosi osteo-articolare, che sotto la guida del triestino Emilio Comisso si era elevato al rango di vero istituto ortopedico, garantendo trattamenti chirurgici, oltre a elioterapia e talassoterapia, risorse naturali del luogo. Con l’esito della Prima guerra mondiale l’Impero Austro-Ungarico era stato costretto a cedere quel territorio, e lo stabilimento era passato sotto la gestione della Croce Rossa Italiana, assumendo la denominazione di “Ospedale Marino Valdoltra - Elena Duchessa d’Aosta”. Un progresso continuo, sostenuto poi dal successore di Comisso, Antonio Mezzari, anch’egli uscito dalla scuola del Rizzoli. Vittorio Putti, dunque, sapeva a quali mani affidare il suo giovane assistente, e sapeva pure quanto potesse risultare bene accetto.

Durò meno di due anni la permanenza di Logroscino in Istria, ma fu un periodo intenso, sia di attività pratica sul campo – che nel frattempo si era allargato a molte altre patologie scheletriche e ai postumi delle ferite di guerra – sia di attività scientifica. Tra le altre, merita di essere richiamata la pubblicazione su una tecnica di artrodesi del polso, da lui stesso concepita. Precisate le indicazioni (casi di tubercolosi, di artriti deformanti, di paralisi flaccide dei muscoli estensori del carpo e della mano), l’autore offriva una descrizione minuziosa, avvalendosi delle esplicative figure di Remo Scoto, disegnatore ufficiale del Rizzoli, e di ricca iconografia clinica e radiografica.

Un atto operatorio, l’artrodesi, al quale si ricorreva spesso a quei tempi (e Logroscino vi dedicò un altro articolo, che voleva anche essere un omaggio al suo maestro: “L’artrodesi di spalla secondo Putti”). Il motivo era legato soprattutto all’incremento della patologia paralitica, causato dall’epidemia di poliomielite che nel 1929 aveva investito la nostra nazione; la prima di una drammatica serie. Proprio l’ospedale di Valdoltra si sarebbe trovato a fronteggiare una casistica consistente, tale da guadagnarsi un ruolo di preminenza nel panorama nazionale. Nel 1960, quando di ondate epidemiche si sarebbero aggiunte anche quelle del secondo dopoguerra – e nel frattempo l’Istria era nuovamente passata in mani straniere – Mezzari e i suoi ex collaboratori (Logroscino tra questi) diedero alle stampe un trattato dal titolo “La poliomielite - Diagnostica e terapia dei postumi”, che rappresentò un vero e proprio manuale per generazioni di ortopedici.

Da un istituto elioterapico a un altro, dal mare alla montagna, già nel 1936 Logroscino rifaceva le valigie e si spostava nel nord del Veneto, a Cortina d’Ampezzo. Questo in verità era un passaggio obbligato per tutti, o quasi, gli assistenti del Rizzoli, su precisa volontà di Putti, che in quella incantevole conca delle Dolomiti bellunesi – anch’essa bene esposta al sole e a riparo dal vento – aveva nel 1924 adibito a ospedale per la cura della tubercolosi osteo-articolare un vecchio albergo dismesso. L’Istituto Elioterapico Codivilla (intestazione che onorava la memoria del suo maestro e predecessore, Alessandro Codivilla) era così diventato, di fatto, una succursale dell’istituto bolognese, in cui i giovani avviati alla carriera di specialisti avevano la possibilità di familiarizzare con le infezioni scheletriche e la traumatologia di montagna, e magari mettere in tasca i loro primi guadagni.

Reduce dal servizio prestato a Valdoltra, Logroscino aveva già compiuto qualche passo in questo percorso. A Cortina si ritrovò alle dipendenze di un altro validissimo primario, Sanzio Vacchelli, anch’egli di rigida scuola rizzoliana; con lui c’era ancora tanto da imparare e altrettanto da approfondire e sperimentare. La pratica quotidiana diede nuovamente, al volenteroso Domenico, l’impulso per sfornare diverse pubblicazioni sulla tbc (argomento ormai a lui familiare) e sulle più comuni lesioni da sci (tra cui fratture dei metacarpi e delle spine tibiali). Ebbe però anche la possibilità di ribadire concetti sulle risorse biologiche dell’epifisi superiore del femore fratturata; o anche di rafforzare – avvalendosi dei soliti studi anatomici sul cadavere – la teoria di Putti sull’artritismo apofisario della colonna, secondo cui erano i vizi di forma e di orientamento delle apofisi articolari all’origine della sofferenza dei nervi radicolari.

A proposito di questi studi sul rachide c’è un aneddoto divertente, se non fosse che allora suscitò una certa angoscia. Si era in pieno ventennio fascista, durante un viaggio in treno sulla rotta Bologna-Cortina, Logroscino si imbatté in un controllo di polizia, nel quale venne invitato ad aprire un baule che portava con sé; dentro c’erano i rachidi di cadaveri umani, che costituivano l’oggetto delle sue ricerche. Dimostrarne l’impiego scientifico non fu certo un’impresa facile; venne arrestato in un primo momento, messo sotto torchio e infine rilasciato, ma non poté affatto evitare che quel materiale gli venisse sequestrato.

Il soggiorno a Cortina, oltre a essere più lungo di quello in Istria (circa cinque anni), risultò anche più gradevole dal punto di vista extra-lavorativo. L’incanto del paesaggio e le mille opportunità di svago che offrivano quelle montagne ebbero sicuramente la loro influenza. Il piacere più grande, però, glielo procurò l’occasione di conoscere la donna che sarebbe diventata sua moglie. Wally Tassinari si trovava là in vacanza, e il doloroso destino di una frattura di gamba, causata dalla classica caduta con gli sci, l’aveva condotta direttamente al cospetto del dott. Domenico Logroscino. Il rapporto medico-paziente si liberò presto di ogni formalità e gli eventi scivolarono velocemente verso il matrimonio, celebrato proprio a Cortina nel 1940: 31 anni lui, 25 lei. Wally era figlia di Arrigo Tassinari, famoso flautista, che Arturo Toscanini aveva voluto alla Scala di Milano, e che poi insegnò nei più rinomati conservatori d’Italia.

Il ritorno a Bologna si presentava come un’altra tappa obbligata per il neo-sposo, tanto più che in quegli anni di servizio a Cortina aveva maturato il titolo di assistente ordinario, che gli avrebbe facilmente riaperto le porte del Rizzoli. Sennonché, due fatti tragici smorzarono momentaneamente le sue aspirazioni. Il primo fu la morte improvvisa, nel novembre del 1940, del suo maestro Vittorio Putti, al quale era rimasto legato da un rapporto di natura quasi filiale, oltre che di stima reciproca, e sotto la cui ala protettiva sarebbe volentieri tornato. L’altro scaturì con l’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, e la conseguente chiamata alle armi. Propositi e sogni furono momentaneamente riposti nel cassetto. Il capitano medico Logroscino venne assegnato, nel ’41, all’Ospedale militare di Lubiana, nella Slovenia occupata dalle truppe tricolore. Viaggio di sola andata, nessuna previsione per il ritorno.

L’esperienza bellica fu per lui tanto drammatica sul piano umano quanto costruttiva su quello professionale. Aveva deciso, a un certo punto, di farsi addirittura raggiungere dalla moglie col figlio primogenito, Carlo Ambrogio, che era nato a Belluno (capoluogo provinciale per Cortina) il 1° gennaio del ’41. Il perenne rischio – giorno e notte – di essere vittime di rappresaglie non rendeva certo serena la vita della famiglia in quel luogo tutt’altro che ospitale. Mamma Wally avrebbe poi raccontato che papà Domenico, per sentirsi più sicuro, non esitava ad andare a letto con una bomba a mano sul comò, chissà con quale proposito!

Nei locali del centro ospedaliero, invece, si sentiva inattaccabile, forse anche per il fatto che il continuo e massiccio ingresso di feriti provenienti dal fronte non dava praticamente tempo di pensare a strategie di difesa personale. Era lui che dirigeva il reparto traumatologico, e pure operando in condizioni faticose e disagevoli non si fece scappare l’occasione di divulgare, ancora una volta, la propria esperienza. Presentò una casistica di 300 fratture esposte d’arma da fuoco, trattate in meno di un anno, dal settembre del ’41 all’aprile del ’42. La tempestiva e precoce confezione con apparecchio gessato «rigorosamente immobilizzante» rappresentava per il capitano Logroscino «il più valido e sicuro medicamento contro la scossa traumatica, che pone in pericolo di vita…»; gesso in cui una fenestratura, immediata o differita, poteva permettere una efficace medicazione delle ferite.

Due croci di guerra al merito sarebbero poi rimaste come premio di riconoscenza per la maniera ammirevole con cui aveva assolto al suo dovere, militare e professionale.

Il conflitto mondiale non aveva ancora scritto la parola fine, quando Logroscino rimise piede a Bologna. Anzi, dopo il fatidico 8 settembre del ’43 era diventato proprio il nord della Penisola uno dei più infuocati terreni di scontro, e anche la famiglia di Domenico non poté fare a meno di sfollare in zone di campagna più sicure, presso una casa colonica. Alla direzione del Rizzoli nel frattempo, il posto di Putti era stato affidato a Francesco Delitala, per diritto di anzianità accademica oltre che per vecchia appartenenza di scuola, essendo stato già allievo di Codivilla. Un onere pesante, anche perché nel ’42 dovette subire il sequestro dell’istituto da parte della sanità militare tedesca, che lo costrinse per un po’ di tempo a emigrare in locali dati in prestito dall’Ospedale Sant’Orsola.

Il rientro al Rizzoli si rivelò tutt’altro che agevole, perché ci fu la necessità di prestare cure alle migliaia di storpi e mutilati provenienti dai vari fronti, nelle condizioni di disfacimento con cui gli ex alleati nazisti, da una parte, e le bombe degli Alleati, dall’altra, avevano lasciato locali e attrezzature. «Fu un lavoro immane» avrebbe affermato Delitala nelle sue memorie «in cui mi assistettero un manipolo di giovani di cui ricordo i nomi e le opere, perché non solo operarono in sala operatoria e lavorarono nelle officine, ma scrissero e descrissero casi clinici e nuovi metodi di cura»; e li citava in quest’ordine «Logròscino, Cornacchia, Gherlinzoni, De Lucchi, Pais, Di Prampero, Perricone, Casuccio, Mancini, Bonola».

Per “scrivere e descrivere”, Logroscino non aveva certo bisogno di essere alleggerito da impegni assistenziali, né di particolari sollecitazioni dall’alto. Erano piuttosto i casi clinici che capitavano all’osservazione a stimolare il suo estro indagatore. Per cui, dare alle stampe in quel periodo una pubblicazione dal titolo “Forcipizzazione e protesi nei monconi di avambraccio” era un po’ la testimonianza dell’impegno e del rigore scientifico con cui era solito venire incontro, di volta in volta, alle esigenze del momento; come quella, per l’appunto, dei militari amputati agli arti, che chiedevano di essere restituiti alla società con un minimo di capacità motoria, e possibilmente anche lavorativa.

Trovava anche il tempo di revisionare le ricche casistiche del Rizzoli, che Putti aveva voluto fossero sempre archiviate e catalogate con ordine e chiarezza, soprattutto a fini didattici. Lo spunto glielo diede proprio un militare reduce dal fronte, che tra le altre cose gli chiese di intervenire per accorciare il suo alluce, deviato in valgismo e più lungo di 3 cm rispetto al secondo dito; fin dall’infanzia gli aveva arrecato disturbi, poi accentuatisi sotto le armi, a furia di marce con scarponi pesanti e su terreni accidentati. Fu per Logroscino il primo caso in cui sperimentò una tecnica originale di duplice osteotomia del primo osso metatarsale.

Avrebbe utilizzato ancora questa tecnica in altri otto pazienti, prima di presentarla in uno studio retrospettivo di 60 casi di alluce valgo dell’Istituto Rizzoli, trattati chirurgicamente secondo varie metodiche. La duplice osteotomia metatarsale da lui concepita poteva essere indicata nei casi in cui l’articolazione metatarso-falangea si conserva in buono stato, senza note di artrosi, e quando il varismo e l’adduzione del 1° metatarso sono di notevole entità. La tecnica consisteva in: escissione dell’esostosi della testa metatarsale, osteotomia cuneiforme sottocapitata a base mediale, secondo un’ampiezza proporzionata all’entità della deformità, sutura transossea dei frammenti; quindi, attraverso una breve incisione prossimale, osteotomia lineare della base, allontanamento delle superfici con infissione del cuneo precedentemente prelevato. Una variante era quella di praticare la seconda osteotomia cuneiforme a base esterna, così da accorciare il metatarso.

Con assoluta discrezione aveva aggiunto la sua proposta innovativa in un già affollato elenco di tecniche chirurgiche per la correzione dell’alluce valgo; senza prevedere – e forse senza mai venire a sapere – quanto interesse avrebbe nel tempo raccolto anche al di fuori dei confini nazionali, con seguaci persino negli Stati Uniti.

Delitala era il quarto dei direttori alle cui dipendenze si era trovato Logroscino fino a quel momento. La scuola dell’incomparabile maestro Putti aveva trovato continuità di pensiero in tutti gli altri; e con tutti era stato facile entrare in sintonia. Ben disposto a ricevere da ognuno insegnamenti e supporto, da parte sua aveva sempre dato molto in cambio, quanto a laboriosità e ingegno.

Col prof. Delitala avrebbe potuto anche dare vita a un’altra lunga e appagante fase della sua carriera, ma a un certo punto si rese conto – guardando in faccia la realtà – che certe sue mire non potevano più essere soddisfatte. Seppure già in possesso di una libera docenza ottenuta a soli 29 anni, il periodo trascorso in Istria e a Cortina (senza contare l’intermezzo destabilizzante della guerra) aveva inevitabilmente allontanato Logroscino dal quel mondo universitario in cui aveva mosso i suoi primi passi, e nel quale non gli fu facile rientrare. Era stato riaccolto al Rizzoli nel settore ospedaliero, assunto con la qualifica di assistente ordinario il 1° gennaio del ’44, ma nei registri paga figuravano già tutti gli altri collaboratori menzionati prima, diremmo in ordine cronologico inverso rispetto a quello esposto da Delitala. Insomma, quanto a prospettive di avanzamento di carriera, capì benissimo di non trovarsi proprio in prima fila. Faceva sì parte di un «manipolo di giovani», ma a 36 anni non era più giovanissimo, e comunque aveva raggiunto una tale maturità da ritenere ormai esaurita la fase della gavetta. Per cui – serenamente e rispettosamente – decise di togliere il disturbo, e di incamminarsi solitario verso una nuova meta.

La Sanatrix a Bari, scommessa vinta

Era piccolo di statura, Domenico Logroscino, ma dotato di una grande forza fisica e morale. Carattere fermo, spirito libero. La vita l’aveva sempre affrontata a viso aperto, disposto a girovagare – e magari a fare ogni volta un passo indietro – pur di sentirsi realizzato e in pace con sé stesso, senza mai cedere a compromessi.

Stavolta la decisione la prese da solo; nessuna strada era stata tracciata per lui. Sentì il richiamo della sua amata terra, la Puglia, e intravide la possibilità di trovarvi terreno fertile per una attività professionale privata. Si trattava di ripartire praticamente da zero, ma non era certo il coraggio a mancargli, né la fiducia nelle proprie capacità. Si lanciò in questa scommessa.

Guerra appena finita, estate del 1945. La sua vecchia e malridotta Fiat Balilla Cabriolet fu eletta a mezzo di trasporto per il lungo viaggio verso Bari, valigie e merci comprese. Per renderla in grado di sostenere tutte le insidie delle strade di allora, si preoccupò di munirla di gomme adeguate, che andò a procurarsi sulle vicine rive del Po, dove venivano venduti pezzi di residuati bellici abbandonati dai tedeschi in ritirata. Riempì l’auto di occorrente per apparecchi gessati e di strumenti chirurgici che potessero permettergli l’avvio di un esercizio. Partì. Addio Bologna!

A Bari l’ortopedia tardava ancora ad affermarsi come disciplina indipendente. E di veri specialisti se ne contavano davvero pochi. Uno di questi era Alessandro Guaccero, trent’anni più anziano di Logroscino, rizzoliano della vecchia generazione, essendo stato anche lui alla corte di Codivilla. Primo titolare dell’insegnamento di ortopedia quando nel 1925 venne fondata l’Università degli Studi di Bari, aveva poi assunto l’incarico di dirigere la Clinica ortopedica, rimasta però sempre alla mercé della Clinica chirurgica, che concedeva solo ritagli dei propri spazi e delle proprie risorse. Ne sarebbero ancora trascorsi di anni prima che, nel 1949, la cattedra divenisse effettivamente autonoma.

Ancora meno offriva l’ospedalità pubblica. E allora Logroscino non perse un solo giorno per mettersi personalmente all’opera e farsi conoscere, a costo di intrufolarsi nell’abitazione di uno zio paterno, prendendo in prestito una stanza per ricevere i pazienti. Era solo l’inizio del suo nuovo cammino. Appena riuscì a mettere qualche soldo da parte, si trasferì in un appartamento nel centro città, in via Calefati, dove andò a vivere con la famiglia, ricavando qualche spazio in più per il suo ambulatorio. Casa e bottega al secondo piano dello stabile. Non si risparmiava in visite, confezione di gessi, medicazioni, piccoli interventi. Disponeva anche di un apparecchio radiografico portatile con cui era in grado di indagare su qualsiasi zona dello scheletro, e di formulare diagnosi corrette, lui che era in possesso anche della specializzazione in radiologia. Gli mancava la sala operatoria, e per questa dovette all’inizio chiedere ospitalità nella casa di cura di un collega urologo.

Era andato in cerca di occupazione, in breve tempo ne venne sommerso. Con suo grande compiacimento, ovviamente; e non solo da un punto di vista economico. Il lavoro, del resto, non lo aveva mai spaventato; se poi aveva la possibilità di gestirlo per sé, stando vicino alla famiglia, tanto meglio. Wally da parte sua, oltre a dedicarsi ai figli (al primogenito si era aggiunta nel frattempo Giuseppina), si adoperò molto nel sostenere l’attività del marito, anche a costo di rinunciare alla sua vocazione di concertista, che l’aveva già vista esibirsi in pubblico in coppia col padre. Si sarebbe accontentata di fare risuonare solo tra le mura domestiche – di tanto in tanto – le melodie emanate dai tasti del suo pianoforte.

Tutto procedeva nel migliore dei modi, ma a un certo punto Domenico capì che doveva compiere un salto in avanti, allargare gli orizzonti, dare sbocco a tutte le sue potenzialità. Una casa di cura tutta sua! Non poteva che essere questo il passo successivo. Cominciò con l’acquistare un terreno di 3000 metri quadri, in viale Palermo (poi ribattezzato viale Antonio Salandra), che allora si trovava nella periferia di Bari. E la casa di cura cominciò a costruirsela per conto suo, a poco a poco, come probabilmente era suo desiderio. Cumulò enormi debiti, ma sapeva il fatto suo; quando riuscì a saldarli fino all’ultima lira, lo comunicò con gioia alla famiglia, che per anni aveva inevitabilmente sentito quel peso addosso.

Nacque così, nel 1959, l’Istituto ortopedico-traumatologico “Sanatrix”. Come definito nell’intestazione, si occupava di entrambi i settori della specialità, rispondendo a tutte le esigenze grazie alle attrezzature di cui disponeva e ai servizi che era in grado di fornire. Edificio a tre piani; reparti di degenza con una disponibilità di 40 letti, due sale operatorie, un impianto radiologico, un ampio reparto per fisioterapia dei motulesi (e tra questi gli affetti da esiti di poliomielite rappresentavano una quota significativa).

Nel suo ruolo di direttore, il prof. Logroscino dovette necessariamente, col tempo, circondarsi di personale medico, oltre che tecnico e infermieristico, arrivando fino a 25 dipendenti. Tra gli assistenti, ricordiamo i nomi di Vincenzo Roberto, Eugenio Altieri, Alfredo Tedeschi, Giuseppe Nuovo (quest’ultimo diventò poi primario al CTO di Bari). Grazie alla loro presenza, si riuscì ad attivare anche un servizio di pronto soccorso diurno e notturno.

Si può ben dire che la Sanatrix divenne un punto di riferimento – quasi una istituzione – per l’utenza di Bari e di zone più lontane, anche quando i reparti di ortopedia ospedalieri o universitari cominciavano a fiorire. Un successo che spinse Logroscino a effettuare ripetuti ampliamenti e migliorie dello stabilimento, per essere al passo con le innovazioni e con le sempre maggiori richieste di assistenza. Non si fermò mai un attimo. Sempre presente e attivo in prima linea; dodici giorni di ferie all’anno, più o meno, potevano bastare per tirare il fiato e concedere un po’ più di tempo alla famiglia. Così fino al compimento del suo settantesimo anno, nel 1979. Purtroppo, la chiusura della sua carriera corrispose con quella dell’istituto; l’edificio fu messo in vendita e trasformato in casa di riposo, per poi, anni dopo, scomparire del tutto.

Nonostante si fosse legato anima e corpo a questa attività essenzialmente pratica – facendo la spola continua tra ambulatori, reparto, sala gessi, camera operatoria –, a Logroscino non venne mai meno quell’interesse scientifico che la scuola di Putti gli aveva infuso in maniera indelebile. Ci fu anche un periodo di docenza universitaria di circa un anno, quando la morte di Alessandro Guaccero, nel febbraio del ’46, lasciò vacante l’incarico di insegnamento di ortopedia. Parentesi breve, che tuttavia bastò a fargli cullare il sogno di ottenere ufficialmente la cattedra più ambita, sulla quale però sarebbe poi salito Calogero Casuccio, suo vecchio collega rizzoliano. Si tenne dentro il dolore per quel traguardo mancato. A certe regole di reclutamento universitario, del resto, non ci si poteva ribellare; e in ogni caso, la sua proverbiale moderazione non glielo avrebbe mai permesso.

Per continuare a documentarsi, a revisionare casistiche e a scrivere articoli, invece, non aveva alcun ostacolo da aggirare; e il tempo lo trovava sempre. Quindi ancora pubblicazioni, su argomenti già trattati che meritavano di essere aggiornati e approfonditi, oppure su temi completamente inediti, dettati soprattutto da patologie non comuni, che aveva praticamente l’obbligo di affrontare in prima persona. Per esempio, dissertazioni sul caso di un neurinoma latero-cervicale e paravertebrale lombare, come pure di un osteo-fibroma femorale; oppure su come praticare l’osteosintesi vertebrale (diremmo meglio osteo-artrodesi) nei casi in cui, per varie patologie, si renda necessario mettere totalmente a riposo e fissare in maniera definitiva un tratto più o meno esteso di colonna, tramite un innesto osseo.

In riferimento a quest’ultimo argomento, Logroscino presentava un’altra delle sue tecniche originali, “Osteosintesi vertebrale interlamino-apofisaria”, consistente in un innesto ad incastro di autotrapianto (prelevato dalla cresta tibiale o da una costa) nella doccia paravertebrale, alla radice delle apofisi spinose e tra le apofisi articolari. Una siffatta metodica, che si avvaleva dell’utilizzo di uno scalpello “a baionetta” di sua concezione, presentava vantaggi sia dal punto di vista meccanico che biologico, assicurando una maggiore stabilità dell’innesto e una sua più rapida fusione sul letto rachideo opportunamente cruentato.

Se prolifica continuava a essere la sua produzione letteraria, non meno vivace era la sua partecipazione attiva alle riunioni scientifiche. Ai congressi nazionali della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, ad esempio, difficilmente faceva mancare il suo nome tra gli iscritti. Non ebbe mai un ruolo nei consigli direttivi, che peraltro fino alla metà degli anni settanta erano riservati esclusivamente alla cerchia universitaria; né gli vennero mai affidati compiti organizzativi o relazioni su temi principali. E questo era un po’ lo scotto da pagare – ammesso che ne fosse turbato – per essersi ritirato in solitario. La sua voce però si faceva sentire; apprezzata da tutti perché esprimeva competenza, onestà professionale, semplicità e chiarezza di linguaggio.

Proprio dalla rilettura delle sue comunicazioni orali, si può meglio comprendere quanto vasta fosse la sua cultura in campo specialistico, diretta conseguenza di una pratica clinica che lo teneva impegnato su più fronti. Più volte, ad esempio, si trovò a dibattere sulle neoplasie ossee. Al congresso SIOT di Bologna del ’56 portò una propria casistica di tumori della colonna e del midollo spinale; in quello di Roma del ’59 presentò un caso di asportazione di un tumore della metà laterale della clavicola, con ricostruzione chirurgica della stessa mediante innesto ad incastro di una costa. E se il tema era la displasia congenita dell’anca, aveva buon motivo di presentare la propria esperienza, nella quale ammontavano a 200 i casi in cui aveva impiegato un suo metodo di riduzione incruenta.

Altrettanto degni di interesse risultavano i suoi interventi in discussione. Al di là delle questioni squisitamente tecniche, ogni tanto si lasciava andare a considerazioni di ordine generale, che riguardavano norme di comportamento ed etica professionale. Aveva talmente trasformato in patrimonio di esperienza e di saggezza quella dote ricevuta da Putti, che adesso poteva lui permettersi di trasmettere insegnamenti agli altri. Come quelli che trasparivano da queste sue due frasi, scelte tra le tante per concludere il nostro racconto.

«Le buone idee non hanno patria; se originali e proficue, vanno sempre assunte nella dovuta considerazione come valide ipotesi di studio, e sperimentate nel luogo più idoneo al banco di prova della pratica quotidiana, con modestia, serietà di intendimenti e perfetta collegialità professionale».

«Vorrei comunque raccomandare in particolare ai più giovani: rimanete pure aperti e recettivi a quanto di buono e positivo viene inevitabilmente apportato ogni giorno, ma non buttate troppo presto in un immeritato oblio quanto ancor oggi è valido ed acquisito».

Titoli di coda

Domenico Logroscino aveva già toccato il traguardo dei cento anni quando morì, a Bari, il 9 novembre del 2009.

Fece in tempo a vedere il figlio Carlo Ambrogio seguire le proprie orme, affermarsi in campo nazionale come uno dei più validi e intraprendenti specialisti nella chirurgia del rachide, ottenere una cattedra all’Università Cattolica di Roma.

Fece anche in tempo a vedere il figlio di Carlo, Giandomenico (che in parte eredita il nome di battesimo), specializzarsi in ortopedia. Sarebbe stato lui a realizzare l’aspirazione massima del nonno, quella di diventare direttore di Clinica ortopedica (ora a L’Aquila).

Per entrambi, figlio e nipote, Domenico è stato – secondo loro unanime ammissione – una guida spirituale e un esempio ineguagliabile. Per tutti noi, ortopedici di oggi, una figura che meritava di essere conosciuta e rivalutata.

Storia

Ricevuto e accettato: 21 luglio 2025

Figure e tabelle

Domenico Logroscino (1909-2009). Da allievo di Vittorio Putti a direttore dell’Istituto Sanatrix di Bari: cinquant’anni di carriera in prima linea, con modestia e passione. (Fonte: dall’album di famiglia Logroscino)

L’intestazione dell’articolo sulla vascolarizzazione della epifisi prossimale del femore, con una delle immagini arteriografiche più indicative: contributo scientifico di grande rilevanza pratica. (Fonte: “La Chirurgia degli Organi di Movimento” - Vol. XXII, 1936)

La tecnica dell’artrodesi di polso, documentata da una illustrazione di Remo Scoto, disegnatore ufficiale del Rizzoli. (Fonte: “La Chirurgia degli Organi di Movimento” - Vol. XXIII, 1937)

L’ufficiale medico Logroscino: tra il 1941 e il 1942 diresse il reparto traumatologico dell’Ospedale militare di Lubiana. (Fonte: dall’album di famiglia Logroscino)

Foto di gruppo nel giardino dell’Istituto Rizzoli di Bologna, attorno al direttore Francesco Delitala, seduto al centro, in camice bianco. Oltre a Domenico Logroscino (1), si riconoscono: Carlo Pais (2), Antonio Allaria (3), Gian Giorgio Gherlinzoni (4), Guglielmo De Lucchi (5). (Fonte: dall’album di famiglia Delitala)

Il prof. Logroscino intento a esaminare lastre radiografiche sul diafanoscopio del suo ambulatorio a Bari. (Fonte: dall’album di famiglia Logroscino)

Ancora un disegno di Remo Scoto, di cui si è servito Logroscino per esporre la tecnica personale di “osteosintesi vertebrale interlamino-apofisaria” (a = apofisi spinose, b = innesto, c = articolazioni intervertebrali). (Fonte: “archivio Putti” - Vol. II, 1952)

Domenico Logroscino con i suoi due figli in tenera età. In braccio Giuseppina; per mano Carlo Ambrogio, un’immagine che sembra predire la futura consegna professionale. (Fonte: dall’album di famiglia Logroscino)

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Authors

Nunzio Spina - Macerata

How to Cite
Spina, N. (2025). La dote di Domenico Logroscino: spirito libero e rigore scientifico!. Giornale Italiano Di Ortopedia E Traumatologia, 51(3). https://doi.org/10.32050/0390-0134-1794
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