Nel settembre 1924 nasce a Cortina d’Ampezzo l’Istituto Codivilla, destinato a diventare il maggior centro italiano per la cura della tubercolosi osteo-articolare. In realtà, l’idea di un simile centro nella conca ampezzana ha già mosso i primi passi da molti anni. A farsene promotore è un giovane medico del luogo, il dr. Angelo Majoni.
Nato nel 1870 da una famiglia di agricoltori, eccelle negli studi, diplomandosi brillantemente al liceo classico di Bressanone e laureandosi poi in medicina col massimo dei voti presso l’Università di Innsbruck. Di lui si ricordano gli interessi nei campi più vari: pioniere degli sport invernali e del golf, fondatore della locale società di ginnastica, collaboratore al Museo Elisabettiano e al Museo della cultura ampezzana, dirigente del Corpo dei Pompieri Volontari. Pubblica inoltre nel 1905 la prima “Guida Turistica di Cortina” e il “Vocabolario Organico della parlata ampezzana”, opera che si dimostra ancor oggi di fondamentale importanza per lo studio del dialetto locale.
È il campo medico, tuttavia, quello che più lo attrae. Il dr. Majoni esercita quando in tutta Europa dilaga la tubercolosi, una grave piaga sociale che a fine ’800 colpisce un europeo su sette, e contro la quale non esistono farmaci capaci di debellarla. Sono comunque gli anni delle scoperte di Robert Koch, che individua nel mycobacterium tuberculosis la causa della TBC, e di Wilhelm Conrad Röntgen, che sei anni dopo svela i raggi X. Scoperte che risvegliano fra i medici grande interesse ed entusiasmo.
Entusiasmo al quale non sfugge il dr. Majoni. Egli ritiene che il clima di Cortina sia fra i più adatti per un sanatorio, e vuole crearne uno nella sua valle, tanto da recarsi in Germania per seguire un corso di direzione sanitaria riservato proprio ai sanatori. L’opera risulta però troppo costosa per gli scarsi mezzi di cui dispone. Inoltre la popolazione non vede di buon occhio l’arrivo di malati affetti da una patologia contagiosa che può danneggiare l’immagine di una località turistica già allora molto nota. Il suo sogno si sarebbe arrestato a quel punto se in soccorso del nostro entusiasta e mai domo medico non fosse giunto inaspettato un aiuto da due turiste in arrivo da un paese dove la TBC mieteva molte più vittime: la Gran Bretagna.
L’animo nobile di due donne inglesi
Sono Emily Howard Bury, contessa anglo-irlandese di Tullamore Forest, e l’amica inglese Anna Powers Potts, con suo figlio appassionato cacciatore. Giunte a Cortina, rilevano la riserva di caccia del barone viennese Guido von Sommaruga, offrendo un rilevante canone annuo di 1.200 corone. Col passare degli anni e col formarsi delle amicizie, le brevi vacanze dedicate alla caccia al camoscio diventano soggiorni sempre più lunghi. Le due donne si innamorano della valle, dei boschi e di quei montanari così riservati.
La gente d’Ampezzo ormai le conosce come “le inglesi”. Sono molto chiacchierate: straniere, anglicane, una è divorziata; vivono sole, insieme nel loro isolamento. C’è di che dare esca alle peggiori congetture nel mondo chiuso di un paesino di montagna. Però sono ricche, appartengono a un altro mondo e tutto viene perdonato. E poi sono generose con i bambini poveri, a cui donano un regalo ogni Natale. Il Comune le nomina per questo “cittadine onorarie d’Ampezzo” e loro, lusingate, donano una ricca biblioteca alla “Società del Club Sportivo”.
La signora Potts decide di costruire una grande villa e compra un lotto di terreno all’interno dell’attuale Parco d’Ampezzo. La costruzione, terminata nel 1897, viene chiamata Sant’Hubertus, in onore del santo protettore dei cacciatori. La proprietà si estende su circa 10.000 metri quadri. L’edificio è più un castello che uno chalet per la caccia. Imponente con le sue torrette in pietra lavorata, ha grandi vetrate e si sviluppa su tre piani.
Qui le signore vengono di frequente omaggiate da illustri personaggi come l’ambasciatore americano a Roma, T.H. White, e dalle autorità locali, tra cui il sindaco e i vari capitani distrettuali: Giuseppe Schweiger, il barone Ludovico Sarnthein, Giovanni Niederwieser, il giudice Germano Cetto. Spesso anche il giovane dr. Majoni, allora trentenne, è ben accetto in quel salotto. Dotato di un bell’aspetto, ha cultura e molteplici interessi, che vanno ben oltre la sua professione di medico.
Ann ed Emily, ormai molto legate a Cortina, decidono di dare agli ampezzani un dono molto particolare: un ospedale! Il 26 aprile 1905 la signora Ann Powers Potts fa domanda al Capo Comune Dimai di «erigere sul proprio fondo alla Verra un Ospitale», per la cui costruzione ha già depositato alla Cassa Comunale la ragguardevole cifra di oltre 70.000 corone. La richiesta passa al vaglio del consiglio comunale, ma trattandosi di «un’istituzione soggetta a leggi sanitarie deve essere sottoposta al giudizio del Capitanato distrettuale per la competente trattazione». Così passano molti mesi.
Nell’attesa del permesso delle autorità, il 3 novembre del 1906, durante una battuta di caccia, Ann muore per un infarto, a soli 40 anni. Emily Howard Bury si sente ulteriormente legata al paese dove riposano le ceneri della sua cara amica. Confida al dr. Majoni il desiderio – ancora più forte – di dare a questa comunità, che Ann amava tanto, quell’ospedale per il quale erano già state avviate le pratiche, ora ferme per motivi burocratici.
Majoni comprende che è l’occasione tanto attesa per realizzare il suo sogno. Le parla della tubercolosi e del suo progetto per il sanatorio. Un clinico di Monaco di Baviera viene interpellato. Si sceglie il progetto per l’edificio e il luogo. Il Comune cede l’area in località La Verra, rilasciando anche la concessione per l’acquedotto. Il figlio della Potts si trova nelle Filippine per delle esplorazioni e da là invia una procura generale a favore di Emily Howard Bury, che ora gestisce in piena libertà gli averi ampezzani dell’amica.
Alla fine del 1908 l’ospedale è pronto. L’abitabilità viene concessa il 12 dicembre 1909, con l’ingiunzione di porre il numero civico di “La Verra Sette”. Occorre ancora l’autorizzazione della pubblica amministrazione, e la risposta è positiva per l’edificio ma negativa per il sanatorio. Passano i mesi, inutilmente spesi fra carteggi e solleciti. È chiaro che l’amministrazione non concederà mai l’autorizzazione alla cura per la tubercolosi in Ampezzo, località ormai definitivamente votata al turismo e poco disposta a rovinare la propria immagine con un sanatorio per la cura della tubercolosi.
L’Hotel des Alpes e la Grande Guerra
La contessa decide così di mettere in vendita il fabbricato. L’albergatore Annibale Verzi è disposto a comperarla per 90.000 corone, la trasforma nell’Hotel Des Alpes e firma il contratto il 1° agosto 1910. Sfuma così ancora una volta, per Majoni, il sogno di vedere realizzato un sanatorio nella sua Cortina.
Alla contessa Emily Howard Bury resta da assolvere il pegno d’amore per l’amica scomparsa. Il 7 gennaio 1911 si reca in municipio, dove espone la sua idea di una fondazione di 100.000 corone (aggiungendo dal proprio conto 10.000 corone alle 90.000 del ricavato della vendita). Scopo della fondazione è alleviare in perpetuo i bisogni dei poveri d’Ampezzo. La Rappresentanza (Consiglio Comunale) questa volta non frappone troppi ostacoli burocratici. I carteggi con la Luogotenenza di Innsbruck ed il ministero di Vienna sono curati dal capitano Niederwieser. Sul finire del 1912 Vienna approva lo statuto della fondazione. Investita al 5%, essa frutterà 5.000 corone annue, un sostanzioso aiuto per i poveri d’Ampezzo. Senonché il fisco sottopone l’ente morale alla prevista tassazione una tantum, che è superiore, anche se di poco, ai frutti del 1913: 8.267 corone. Pazienza!
I poveri avrebbero atteso ancora un po’ per l’aiuto delle “signore inglesi”; ma a causa dello scoppio della Grande Guerra, l’attesa alla fine si rivelerà vana. Con la sconfitta austriaca, la fondazione “per i poveri d’Ampezzo”, ricca di 100.000 corone (circa 3.000.000 degli attuali euro), evaporerà nel crogiolo del debito pubblico austroungarico. Con la fine del conflitto, scompaiono le 100.000 corone e le signore inglesi abbandonano definitivamente la Valle d’Ampezzo.
Villa Hubertus sarà presto ridotta a un cumulo di macerie. Adibita, come detto, a castello di caccia, si trova in prima linea nell’area prativa di Ra Stua (a nord di Cortina), e può essere quindi utilizzata dagli italiani; mentre le truppe austriache si posizionano sulle alture intorno alla conca ampezzana, che risulta indifendibile. Nel giugno 1915 una pattuglia austriaca di fucilieri (standschützen), scesa dal colle di Son Pauses, distrugge la villa, dandogli fuoco; e, rispettando l’ordine del comandante Bortolo Alverà, fa in tempo a prelevare oggetti preziosi, tappeti persiani e perfino un pianoforte a coda, che finisce nelle trincee austriache. Al bottino mancano le pregiate argenterie di famiglia, già trafugate dall’ex maggiordomo, e poi nascoste nel bosco, sotto il pino cembro più alto. Non verranno mai recuperate, perché nei giorni seguenti gli italiani scaricano tonnellate di proiettili su Son Pauses, sconvolgendo la fisionomia della montagna e seppellendo così il tesoro della contessa.
Anche l’Hotel des Alpes non gode di buona salute. Durante la guerra ha vissuto un periodo molto travagliato. Nel 1914, con l’Italia neutrale, gli alberghi di Cortina e quindi anche il Des Alpes sono requisiti e utilizzati dagli austriaci come ospedali militari per i feriti ampezzani reduci dal fronte orientale. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 28 maggio 1915 le truppe tricolori fanno il loro ingresso a Cortina senza colpo ferire perché gli austriaci hanno abbandonato il fondovalle. Vista la posizione favorevole rispetto al fronte, l’hotel viene scelto per il comando della divisione del generale Eugenio Caputo. Inizia un’estenuante guerra di trincea con molte vittime e scarse conquiste; e così sarà sino alla disfatta di Caporetto (ottobre 1917), con la ritirata degli italiani e il ritorno degli austriaci a Cortina. L’hotel torna quindi a essere nuovamente ospedale militare, anche se per poco.
L’armistizio del 4 novembre vede un Hotel Des Alpes non più utilizzabile. È danneggiato seriamente, come attestano gli atti notarili: «vera distruzione o demolizione di quasi tutte le porte, finestre, dell’istallazioni elettriche, condotte d’acqua, impianti sanitari, etc. (3 aprile 1920)». La famiglia Verzi non può sostenere le spese della ristrutturazione; attende inutilmente i contributi statali per la ricostruzione postbellica e decide di mettere in vendita l’immobile. Si profila ancora la fine di un sogno, sia per il sanatorio ampezzano che per l’hotel, ma quando tutto sembra perso arriva dall’Istituto Rizzoli di Bologna un aiuto ormai insperato.
Il Rizzoli di Bologna va in montagna
Già dai primi del ’900 il prof. Alessandro Codivilla, direttore del Rizzoli, aveva in mente un centro per la cura della tubercolosi osteo-articolare. Idea rivoluzionaria per tempi in cui solo la forma polmonare era degna di interesse, in quanto spesso causa di morte, mentre quella ossea poteva al massimo procurare deformità o zoppia. Ma Codivilla osserva che «se è pur vera questa affermazione, è anche vero che una buona cura generale fatta a tempo debito può rimandare alla società un individuo nella pienezza delle facoltà fisiche normali o ridurre la sua debilitazione al minimo. Quando si pensi poi che nella maggior parte dei malati si tratta di bambini i quali hanno davanti a sé pressoché tutta la vita, il vantaggio economico che la società può trarre dall’individuo è certo rilevante».
La sua morte nel 1912, a soli 50 anni, sembra porre fine a quel progetto, che però viene ripreso da Vittorio Putti, nel frattempo chiamato dal direttore amministrativo Giuseppe Bacchelli alla direzione clinica dell’istituto.
Parlando del sogno lungamente accarezzato da Codivilla, di un sanatorio per la TBC ossea, Putti dice che si deve istituire «un ospedale in cui gli ammalati di tubercolosi delle ossa e delle articolazioni che Egli (Codivilla, N.d.A.) non vedeva volentieri commisti a quelli affetti da altre malattie di spettanza ortopedica, trovassero le migliori condizioni per una cura modernamente intesa».
«Si vuole (e non si può non volerlo) che il nuovo istituto, a parte ogni retorica considerazione, sia perfetto strumento di lotta contro il gravissimo morbo? E allora nessun dubbio sulla scelta: scienza ed esperienza dimostrano che la più efficace arma di offesa è il clima, è l’ambiente dove il malato è condotto a vivere. L’Istituto Codivilla deve perciò trovare sede laddove questo clima, questo ambiente, sono i migliori».
«L’Istituto Codivilla non deve essere un’appendice del Rizzoli né un ospizio, ma modello di sanatorio moderno che, per salubrità d’ambiente, per compiutezza di presidi terapeutici, per continuità d’azione e per comodità di soggiorno, offra ai malati condizioni di cura non inferiori a quelle che possono trovare non solo fra noi, ma anche al di là dei nostri confini». L’istituto è, nella sua mente, non il fine ultimo ma il primo tassello di un futuro e più grande centro sanatoriale.
Non sono pochi gli ostacoli che bloccano per alcuni anni il progetto. Da un lato gli amministratori che ritengono eccessiva la spesa, dall’altro la guerra di Libia (1911-’12) e soprattutto la Prima guerra mondiale (1915-’18). La Grande Guerra è il primo vero conflitto moderno, combattuto da eserciti sempre più numerosi e con macchine sempre più grandi e potenti, capaci di effetti devastanti sul corpo dei soldati. L’Istituto Rizzoli ora è tutto volto alla cura di feriti e mutilati in arrivo dal fronte. Molti giovani medici sono richiamati sotto le armi e i mezzi scarseggiano. Quanto basta per far passare in secondo piano l’urgenza di istituire il centro per la TBC osteo-articolare; il progetto, pertanto, viene almeno temporaneamente accantonato.
Vittorio Putti deve anche lui soprassedere e indossare la divisa, partecipando al conflitto col titolo di maggiore medico. Oltre che un ottimo chirurgo è un grande organizzatore. Utilizza tutti gli spazi disponibili del Rizzoli, compresa la biblioteca e il refettorio dei monaci, che diventano sale di degenza. Fa costruire un nuovo padiglione con una capienza di 500 posti letto. Trova una nuova sede per le officine ortopediche, riconosciute dall’autorità militare come “Officine Nazionali per le protesi”. Ne amplia la capienza e chiama a dirigerle Augusto Fusaroli, noto artigiano bolognese, che disegna arti artificiali e protesi non solo funzionali e razionali ma anche belli esteticamente.
Termina il conflitto, ma non scompaiono i suoi esiti. Oltre al gran numero di invalidi si assiste alla recrudescenza delle forme tubercolari. Putti si adopera nel campo sociale per fare riconoscere le previdenze ai malati di tubercolosi polmonare e torna sul progetto del sanatorio per la tubercolosi ossea. Il dopoguerra non è un momento economicamente favorevole, ma negli anni Putti si è guadagnato grande fama sia in campo chirurgico che come organizzatore. Con l’aiuto dell’avvocato Zanardi, direttore amministrativo dell’I.O.R. di Bologna, decide insieme agli allievi e agli amici dello stesso Codivilla, di realizzare l’opera tanto desiderata dal maestro.
Si valutano le varie sedi in base alle differenti correnti di pensiero. In collina, sui laghi, sulla riviera, in montagna. Scartata l’area bolognese perché inadatta; le principali ipotesi sono: l’Appennino Modenese, la Riviera Adriatica, la Costa Tirrenica, la Costa Dalmata (con l’acquisto di un vecchio sanatorio austriaco a Rovigno d’Istria) e Cortina d’Ampezzo. Alla fine la scelta cade sulla località alpina, soprattutto su pressione di Vittorio Putti grande amante della vallata ampezzana, dove spesso trascorreva le sue vacanza estive.
A valutare le carte delle statistiche metereologiche viene chiamato il prof. Bellei, direttore dell’ufficio municipale di igiene del Comune di Bologna. Le caratteristiche del clima, «bassa pressione barometrica, basso grado di umidità dell’aria, intensa e costante radiazione solare», vengono giudicate ottime per un centro sanatoriale. In più, «moderatissimo regime dei venti, basso contenuto atmosferico di germi e pulviscolo, eccezionale luminosità che si protrae a lungo grazie alla permanenza sul terreno per 5-6 mesi all’anno, del tappeto nevoso».
Viene scelto l’edificio dell’Hotel Des Alpes, innanzitutto perché, essendo danneggiato seriamente dagli eventi della Guerra, è in vendita a un costo accessibile. La sua posizione, poi, è ideale, in quanto orientato a sud e a 1.300 mt di quota, protetto dai venti da nord dall’immane parete del Pomagagnon e da un bosco di abeti e larici. Ed è anche facilmente raggiungibile, essendo situato fuori dal centro abitato, ma non troppo lontano, a poche decine di metri dalla ferrovia a scartamento ridotto Calalzo-Dobbiaco e dalla strada nazionale di Alemagna.
Il 7 gennaio 1921 «avanti il Giudice distrettuale e capo del giudizio Guido Battelli… si presentano spontaneamente Verzi Annibale fu Giuseppe albergatore… l’Istituto Ortopedico Rizzoli in Bologna rappresentato dal suo Direttore Putti Prof. Comm. Vittorio fu Marcello… e domandano venga assunto a protocollo il seguente atto di compravendita…». È l’inizio dell’atto con cui il Rizzoli procede alla «compravendita a corpo e non a misura degli immobili acquistati, posseduti e goduti, comprensivamente agli impianti di riscaldamento, frigorifero ed acquedotto nonché alla lumiera che trovasi nella sala a levante del fabbricato» dal Verzi, dal 1° agosto 1910.
Nell’autunno 1921 hanno inizio i lavori di ristrutturazione, che termineranno nell’estate del 1924. Ma è tale il bisogno di posti letto che i primi pazienti hanno cominciato ad affluire dal Rizzoli nel settembre 1923 per essere ricoverati in un padiglione che è ancora un cantiere. Dopo una lunga e complessa vicenda, iniziata alla fine dell’800 su un’idea del dr. Angelo Majoni, il 23 settembre 1924 viene inaugurato ufficialmente l’Istituto Elioterapico Codivilla.
Note dell’autore
L’articolo è stato redatto in occasione dei XXV giochi olimpici invernali di Milano-Cortina che sono tornati nella conca d’Ampezzo nello scorso febbraio 2026, a distanza di 70 anni dalla prima edizione italiana del 1956.
È nel febbraio del ’53 che si inizia a parlare dei giochi olimpici, con l’acquisto di 2.500 mq per la nuova ala del “Padiglione Codivilla”, che per l’occasione prenderà il nome di “Sezione traumatologica Olimpionica”. Nel mese di agosto il dr. Fabian, segretario del GOI (Giochi Olimpici Internazionali), preme affinché procedano con urgenza i lavori per fornire all’istituto sale operatorie, sale gessi e sale raggi, all’altezza di un impegno così importante.
A far ritardare i lavori intervengono gli ostacoli frapposti dall’amministrazione comunale e dalla Sovrintendenza ai monumenti. Bisogna attendere l’aprile del ’54 per ottenere il nulla osta, ed è il 30 giugno che vede l’inizio dei lavori di sbancamento. Il 7 dicembre 1955 si completano i servizi di radiologia e della sala operatoria, mentre per l’arredamento dei reparti si attenderà il Natale.
A metà gennaio ’56 vengono inviati dal CONI alcuni medici volontari per rinforzare l’organico. Ma gli ortopedici ampezzani sono autosufficienti, hanno già una grossa esperienza per i soccorsi in pista, sotto la guida di un’autorità in questo campo, il prof. Antonio Allaria (primario della Seconda Divisione). Spetta a lui la responsabilità del Pronto Soccorso; i letti a disposizione degli atleti sono 50 ma solo 13 faranno ricorso all’opera dei sanitari; sulle piste, i gruppi dei soccorritori sono affidati alla guida degli ortopedici più esperti.
È uno di loro, il prof. Sergio Montina, ad assistere lo slalomista giapponese Chiharu Igaya, che cadendo in allenamento riporta un grave trauma facciale. Il forte sanguinamento fa pensare al peggio e il giovane viene ricoverato d’urgenza. Accorrono allarmati in reparto tutta l’equipe nipponica e i funzionari dell’ambasciata. Ma come spesso accade nei traumi del volto, il forte sanguinamento è causato da piccole ferite di scarsa importanza. Il paziente viene medicato e dimesso in serata. La mattina seguente partecipa alla gara di slalom speciale, classificandosi secondo, dietro il fortissimo austriaco Toni Sailer.
Chi scrive ha trascorso al Codivilla-Putti 40 anni della propria carriera. Molto è cambiato negli Istituti ampezzani. La gestione è passata dall’Istituto Rizzoli alle varie ULSS (prima Pieve di Cadore, poi Belluno), quindi alla società GIOMI e più recentemente alla Villa Maria. Non esiste più il centro per la cura delle infezioni osteo-articolari. Anche il nome è cambiato, e da allora se ne è andata quella atmosfera che rendeva il Codivilla-Putti un unicum nel mondo della nostra sanità.
Storia
Ricevuto e accettato: 14 novembre 2025
Figure e tabelle
La conca di Cortina d’Ampezzo, recintata dalle vette dolomitiche. L’Istituto Elioterapico Codivilla (visibile a sinistra) vi fu fondato nel 1924, ma le sue origini furono preconizzate diversi anni prima da uomini e donne di animo generoso.
I tre personaggi accomunati dal sogno di erigere un sanatorio per la cura della tubercolosi osteo-articolare. Da sinistra, il dottor Angelo Majoni e la coppia di nobili amiche inglesi: Emily Howard Bury e Anna Powers Potts. (Fonte: da archivio IECP Cortina)
L’Hotel des Alpes in due cartoline d’epoca. La sua vocazione turistica verrà repressa nel corso della Prima guerra mondiale, quando sarà adibito a ospedale militare e poi a comando di divisione.
Il Generale Eugenio Caputo col suo stato maggiore, in posa davanti l’ingresso dell’Hotel des Alpes (1915). In futuro, lo stesso sfondo verrà spesso utilizzato per foto di gruppo di medici ortopedici e illustri visitatori. (Fonte: da archivio IECP Cortina)
I due direttori del Rizzoli di Bologna, artefici della nascita di un istituto per la cura della tubercolosi osteo-articolare: Alessandro Codivilla (1861-1912), l’ideatore; Vittorio Putti (1880-1940), il creatore.
L’Istituto Elioterapico Codivilla, già prima della sua inaugurazione ufficiale (23 settembre 1924), accoglie i primi malati giunti da Bologna; sono appena scesi dal treno proveniente da Calalzo di Cadore e diretto a Dobbiaco, mentre un taxi è pronto a condurli presso il vicino ex Hotel des Alpes. (Fonte: da archivio IECP Cortina)
Manifesto delle Olimpiadi invernali di Cortina 1956. (Fonte: da cartolina d’epoca)
