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Storia dell'Ortopedia

Fascicolo 1 - Marzo 2026

Salk e il suo vaccino antipolio: onori per l’ortopedia italiana!

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Publication Date: 2026-04-29

Articolo

La poliomielite aveva da poco scatenato l’ennesima ondata, la più violenta mai registrata in Italia fino ad allora. Nel 1958 erano stati notificati più di ottomila casi, un numero che peraltro non teneva conto – in tempi e in zone di persistente arretratezza sociale – di quelli coperti da omessa denuncia. Di fronte a questa emergenza epidemica, e all’angoscia derivante da un generale senso di impotenza verso un virus così spietato, il Ministero della Sanità si era deciso a lanciare in Italia una prima campagna vaccinale. Non ancora un obbligo, ma una forte raccomandazione, rivolta a tutti gli individui nella fascia d’età da zero a vent’anni. Il vaccino che si cominciò a somministrare aveva il nome del suo ideatore: Salk.

Il tema era di tale preoccupante attualità, e quell’eponimo già circondato da un alone di fama e di riguardo, che l’iniziativa di organizzare un convegno sulla poliomielite, invitando dagli Stati Uniti proprio lui, il ricercatore Jonas Salk, risultò un’iniziativa di straordinario richiamo. Toccò all’ortopedia italiana raccoglierne maggiormente gli onori, perché a ospitare l’evento fu l’aula della Clinica ortopedica di Roma, nella Città Universitaria de “La Sapienza”, e a condividerne la presidenza venne designato il suo direttore, Carlo Marino Zuco. Ci si riunì nelle giornate del 18 e 19 maggio del 1959; gli effetti deleteri di quell’ondata erano ancora ben visibili, quelli benefici del vaccino cominciavano a farsi sentire.

Il dott. Jonas Salk aveva 45 anni quando si presentò a Roma come guest star. Era nato nel 1914 a New York, i genitori provenivano entrambi da famiglie di emigrati lituani appartenenti a un gruppo etno-religioso ebraico. Alla New York University School of Medicine – che a differenza di atenei più rinomati non discriminava gli ebrei – ebbe modo di far valere il proprio talento di studioso, particolarmente attratto da materie quali biochimica e batteriologia; e nel laboratorio aveva trovato l’habitat congeniale alla sua maggiore aspirazione: quella di aiutare l’umanità in generale, più che i singoli pazienti.

Un tirocinio col dottor Thomas Francis, colui che aveva scoperto il virus dell’Influenza B, lo aveva introdotto nel mondo della virologia. La collaborazione tra i due aveva poi portato, nel 1943 presso l’Università del Michigan, alla messa a punto di un vaccino antinfluenzale, subito largamente utilizzato dalle forze militari. L’innovativa peculiarità era rappresentata dall’utilizzo di un virus inattivato – anziché attenuato – in grado secondo loro di garantire maggiore sicurezza; si mirava infatti a una stimolazione anticorpale più efficace e duratura, piuttosto che generare la malattia in forma lieve.

Nessun brevetto; è come il sole!

C’era questo recente background quando Salk, che nel frattempo era passato a dirigere un laboratorio all’Università di Pittsburgh, intraprese alla fine degli anni ’40 la sua personale battaglia contro la poliomielite. In tutto il paese la malattia aveva ormai assunto proporzioni davvero critiche, al punto che molte famiglie si erano decise a non mandare più i figli a scuola, né a giocare nei parchi. In realtà, anche le persone adulte venivano indifferentemente colpite – tanto da rendere anacronistica la vecchia definizione di “paralisi infantile” –, e tra queste Franklin Delano Roosevelt, futuro presidente degli Stati Uniti, rimasto paralizzato dall’età di 39 anni, costretto poi a trascorrere su una sedia a rotelle gran parte della propria esistenza. Era stato lui a promuovere una fondazione che si occupasse concretamente del problema, finanziando la ricerca di un vaccino e cercando di coinvolgere per tale scopo l’intera popolazione, con richieste di offerte in denaro o disponibilità per la sperimentazione sull’uomo.

Nel clima di allarme instauratosi, Salk si era sentito in dovere di impegnarsi al massimo per la causa comune, lavorando nel chiuso del suo laboratorio fino a sedici ore al giorno. Seguendo lo stesso orientamento collaudato con l’influenza, aveva ottenuto un vaccino mediante disattivazione del poliovirus con la formaldeide. I primi test sulle scimmie, e poi quelli sull’uomo – un numero di circa 5000 volontari, tra cui lui stesso, la moglie e i suoi tre figli – avevano condotto all’esito positivo che ci si attendeva, rendendo l’individuo immune dalla malattia.

A quel punto, riposte sul suo operato le speranze di una intera nazione, gli erano stati concessi i fondi per una verifica finale su larga scala; in seguito al reclutamento di due milioni di bambini di età compresa tra i sei e i nove anni – i cosiddetti “polio pioneers” –, dopo avere somministrato a metà di loro il siero con virus inattivato e all’altra metà solo un placebo, il vaccino era risultato sicuro in circa il 90% dei casi. L’annuncio ufficiale, diffuso con ogni mezzo di informazione il 12 aprile del 1955, fu accolto da manifestazioni di giubilo in ogni angolo degli Stati Uniti d’America, facendo giungere la propria eco anche al di qua dell’oceano.

Nel giro di poche ore, il nome di Jonas Salk era divenuto famoso in tutto il mondo, e in breve venne ricoperto di onorificenze. A queste ultime, però, sarebbe sempre mancata quella più prestigiosa, cioè il Premio Nobel, che peraltro si erano aggiudicato nel 1954 i tre medici statunitensi – Enders, Weller e Robbins – che erano riusciti a far crescere in coltura il virus della poliomielite, creando così i presupposti per la ricerca del vaccino. Salk, da parte sua, non avrebbe mai dato importanza al tornaconto celebrativo, né tanto meno a quello economico, animato com’era solo da un genuino spirito umanitario. A un giornalista che in una intervista televisiva gli aveva chiesto a chi appartenesse il brevetto del vaccino, aveva risposto senza esitare: «Le persone direi. Non c’è un brevetto. Puoi forse brevettare il sole?».

La diffusione del vaccino Salk al di fuori dei confini statunitensi fu rapidissima; in Canada, in Australia, poi nei paesi del Nord Europa. Tutte aree geografiche accomunate dal fatto di essere bene sviluppate da un punto di vista economico e sanitario, ed era proprio questo il motivo che aveva determinato in quegli anni un drastico calo della immunità naturale. Era il cosiddetto “paradosso poliomielite”, secondo cui il virus preferiva albergare tra le comunità “pulite”, dove regnavano le buone condizioni igieniche e pertanto non più allenate a sviluppare anticorpi.

L’Italia non era rimasta immune. Prime correnti epidemiche nel 1929 e nel 1939, quando si era fatto in tempo a riprendersi dai disagi della Prima guerra mondiale (il paradosso di cui si è appena detto); poi, per lo stesso motivo, le poussées del secondo dopoguerra, fino a quella del 1958 che aveva fatto scattare l’emergenza. E fu proprio in quell’anno che il vaccino Salk fece il suo ingresso massiccio nel nostro paese. La somministrazione avveniva mediante iniezione intramuscolo, preferibilmente nella regione deltoidea; lo schema temporale prevedeva, inizialmente, una seconda dose a distanza di un mese dalla prima, una terza a sei-sette mesi dalla seconda. L’obiettivo che ci si prefiggeva nel breve periodo era di immunizzare tutta la popolazione italiana fino ai sei anni di età, e di iniziare il ciclo a sei mesi di vita.

Dalla tempesta epidemica del ’58 era trascorso all’incirca un anno, dall’inizio della campagna vaccinale ancora meno. Se da una parte la pubblica opinione italiana tornava a respirare un’aria di ottimismo, dall’altro si doveva considerare che la battaglia contro la poliomielite era ancora nella fase di assestamento. Si era pertanto sentita l’esigenza di fare il punto della situazione, sia dal versante strettamente medico-scientifico che da quello sociale. Il convegno di Roma, a tal proposito, si rivelò quanto mai propizio. Furono invitati a relazionare igienisti, microbiologi, pediatri, immunologi, ortopedici, fisiatri; specialisti provenienti da tutta Italia. Tema esaminato e dibattuto sotto ogni aspetto. La presenza di Salk non fece altro che offrire quel tocco in più di interesse e di prestigio.

L’intervento dello scienziato statunitense era ovviamente il più atteso. Illustrò alla platea di professionisti, che gremivano le gradinate dell’aula magna di Clinica ortopedica, gli studi e i metodi che lo avevano condotto alla formulazione del suo vaccino antipolio. Ribadì come, utilizzando virus uccisi, venisse stimolata una reattività immunologica sufficiente a impedire l’invasione del sistema nervoso centrale da parte dell’agente infettante. Tenne a precisare che negli Stati Uniti, ma anche in Canada e nei paesi scandinavi, questo tipo di vaccino aveva mostrato largamente la sua efficacia, senza peraltro esporsi ad alcun rischio. E concluse con l’auspicio – e in cuor suo anche la convinzione – che quell’arma profilattica potesse essere risolutiva per la totale eliminazione della malattia paralitica. Il tributo che gli venne riservato non lasciava presagire il calo di consensi che si sarebbe registrato da lì a qualche anno…

A condividere col prof. Carlo Marino Zuco la presidenza del convegno era il prof. Antonio Bonadies, docente universitario in Patologia medica, direttore dell’Ospedale San Giovanni di Roma, nonché senatore della Repubblica Italiana (in carica dal 1958, lo sarebbe rimasto fino al 1976, assumendo anche l’incarico di sottosegretario alla ricerca scientifica). L’uomo giusto, si direbbe, per affrontare con le dovute competenze un problema che era, essenzialmente, di politica sanitaria. Nella sua introduzione alle due giornate di lavori volle per l’appunto sottolineare l’importanza – per tutte le patologie in genere e in particolare per quelle epidemiche come la poliomielite – di non guardare solo al singolo malato ma alla società nel suo insieme, convinto che «solo la proiezione del fenomeno su grandi masse può fornire elementi di studio e suggerire mezzi profilattici e terapeutici adeguati».

Come esponente del governo volle inoltre ricordare le azioni messe in atto dal Ministero della Sanità; innanzitutto nel campo della prevenzione, con l’approvvigionamento di ulteriori cinque milioni di dosi, per proseguire le vaccinazioni già effettuate e promuovere le nuove (gratuite per i bambini fino a sei anni, qualora i genitori ne avessero fatto richiesta); e poi nel campo dell’assistenza, promuovendo soprattutto il sorgere di centri di recupero, opportunamente attrezzati sia per il trattamento chirurgico che per quello fisioterapico.

Le vie terapeutiche di Marino Zuco

L’ortopedia si era inevitabilmente ritrovata in prima linea nel cercare di porre rimedio alle conseguenze della malattia. In assenza di difese naturali, il virus della polio agiva praticamente indisturbato nell’organismo ospite; dopo essere entrato attraverso il cavo orale ed avere piantato le tende nell’intestino, poteva liberamente andare a colpire la sostanza grigia delle corna anteriori del midollo spinale (polyòs-grigio, myelòs-midollo), provocando danni neurologici che nella maggior parte dei casi si manifestavano con una paralisi flaccida monolaterale a livello degli arti inferiori, più raramente degli arti superiori o del tronco.

L’esordio subdolo e aspecifico (un giorno o due di febbre, non sempre accompagnata da vomito, convulsioni, dolori muscolari) e il successivo periodo silente di incubazione (una, due settimane) tenevano nascosta l’infezione prima che si svelasse in tutta la sua gravità. E del resto, sarebbe stata inutile qualsiasi forma di terapia in fase iniziale; medici di famiglia, internisti, pediatri, neurologi potevano limitarsi solo a qualche misura di sostegno, se non proprio restare impotenti. Quando si instauravano gli esiti, rappresentati da ipotrofia muscolare, accorciamenti e deformità scheletriche, con conseguente limitazione o impotenza funzionale, il paziente entrava di diritto nella sfera di appartenenza dell’ortopedia. E ci restava a lungo!

Il ruolo di Marino Zuco, come co-presidente nel convegno ospitato in casa sua, non poteva avere solo una valenza formale. Sul palco degli oratori salì anche lui, relazionando sui problemi che, nella attualità di quella fase storica, poneva la chirurgia ortopedica della poliomielite. Ne aveva già accumulata abbastanza di esperienza in campo specialistico, e con le alterazioni scheletriche tipiche della paralisi infantile (con questa definizione l’aveva a suo tempo conosciuta) aveva dovuto necessariamente prendere confidenza.

La sua militanza in un reparto di ortopedia aveva avuto inizio già all’indomani del conseguimento della laurea, nel 1918, come assistente volontario nella Clinica ortopedica di Roma diretta dal prof. Riccardo Dalla Vedova. Nel giro di sette anni aveva percorso le successive tappe (assistente incaricato, poi effettivo) fino al titolo di aiuto. Era l’epoca in cui l’attività dell’istituto veniva svolta nell’edificio della Clinica chirurgica, che concedeva solo l’utilizzo di 40 letti e qualche turno di sala operatoria. Marino Zuco aveva collaborato col suo maestro alla realizzazione della nuova e indipendente sede di Clinica ortopedica (inaugurata nel 1936), prima di succedergli in cattedra nell’autunno del 1940.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale aveva reso difficile gli esordi del suo nuovo incarico accademico, costretto tra l’altro ad aprire le porte delle corsie ai tanti mutilati provenienti dai vari fronti. Il colpo più pesante, però, era stato il bombardamento aereo che nel luglio del 1943 aveva investito Roma, e in particolare il quartiere di San Lorenzo e della adiacente “Città Universitaria”, provocando gravi danni all’istituto. Il prof. Marino Zuco, che per due anni aveva dovuto adattarsi a trasferire l’attività assistenziale nei locali di una vecchia scuola, si era impegnato in una ardua opera di riedificazione, ampliando e arricchendo ancor più la struttura. Tra le altre innovazioni (reparti di degenza, palestre di fisioterapia, sale operatorie), risaltava la grande e moderna aula didattica, portata a oltre 300 posti, fornita di apparecchiature di avanguardia per l’epoca, come un impianto per la traduzione simultanea a quattro linee e un sistema TV a circuito chiuso per la trasmissione di interventi chirurgici.

Era ancora intatta nella sua magnificenza quando nella primavera del 1959 quell’aula accolse il convegno sulla poliomielite. Un sentimento di orgoglio dovette sicuramente pervadere l’animo di Marino Zuco, che come detto intervenne dal palco degli oratori. Faceva sentire il proprio contributo personale in materia, ma in qualche modo si faceva anche portavoce dell’intera comunità di specialisti italiani, tutti coinvolti a fronteggiare le conseguenze di una patologia in costante espansione, e che richiedeva un continuo confronto tra loro.

I mezzi di cui poteva disporre l’ortopedico per tentare di ottenere il recupero dei deficit residuali dopo la spontanea regressione della malattia – così introdusse la sua trattazione Marino Zuco – restavano sostanzialmente due: l’apparato-terapia e la chirurgia. Sulla prima c’era da considerare sì il vantaggio che un tutore potesse in qualche misura prevenire deformità di articolazioni e dare loro stabilità; ma anche lo svantaggio che esso stesso fosse causa di ulteriore ipotrofia. Per cui si tendeva a limitarne l’uso ai casi in cui si rendesse strettamente necessario, escludendo in ogni caso le pesanti bardature di un tempo. L’osservazione clinica e i progressi compiuti dalle officine nella lavorazione dei materiali avevano permesso di fabbricare ortesi più leggere e dinamiche, sicuramente meglio tollerate e possibilmente in grado di favorire (specie gli apparecchi per la posizione eretta o la deambulazione) il recupero attivo del soggetto.

Più dettagliata fu l’argomentazione riguardo all’aspetto chirurgico, come d’altronde dichiarava il titolo della relazione: “Problemi attuali nella chirurgia ortopedica della poliomielite”. Anche in questo campo l’esperienza pratica aveva permesso di modificare certi orientamenti del passato. Un tempo si era favorevoli a ricorrere a interventi sui tessuti molli in età infantile (tenotomie, trapianti e trasposizioni di muscoli o tendini, tenodesi), rinviando quelli sull’osso dopo il termine dell’accrescimento. Il passo avanti era consistito nel selezionare i primi solo nei casi e nelle sedi in cui erano in grado di garantire un risultato favorevole permanente; e cioè forme di modesta entità, per lo più a livello di ginocchio, gomito e mano. Per i casi più gravi, invece, e in sedi come il piede, l’anca, la spalla, il polso, gli interventi sullo scheletro potevano più convenientemente essere indicati anche in età evolutiva, con preferenza per quelli definitivi di fissazione, cioè le artrodesi, piuttosto che le osteotomie correttive. Questo nuovo criterio permetteva di abbreviare notevolmente il periodo di tempo nel quale i soggetti colpiti erano obbligati a portare gli apparecchi di tutela.

Per meglio illustrare tali concetti, Marino Zuco mostrò alla platea le immagini radiografiche di alcuni pazienti da lui operati. Per esempio, un caso di piede talo-valgo paralitico infantile, nel quale era stata praticata una triplice artrodesi. Le rx a distanza evidenziavano una saldatura ossea in buona posizione, senza che fosse stato alterato l’ulteriore accrescimento del segmento scheletrico. Un risultato del genere era stato possibile grazie all’espediente di inserire un trapianto osseo tra le superfici articolari dell’astragalo e della tibia, in modo che la fusione ossea avvenisse nella zona inter-epifisaria, risparmiando la cartilagine di accrescimento metafisaria della tibia.

Un’altra tecnica per la quale Marino Zuco poteva far valere la bontà della propria casistica era la tettoplastica per deformità paralitiche dell’anca. In caso di anca ballante, con risalita della testa femorale e vizio di atteggiamento in extrarotazione, risultava opportuno l’abbassamento di un lembo osseo dall’ala iliaca e una fissazione con mezzo metallico di particolare forma e struttura, che permetteva in qualche modo di ricostruire un tetto acetabolare. E ancora, interventi di artrodesi precoci potevano legittimamente essere praticati per l’articolazione della spalla o del polso (in quest’ultimo caso facendo scorrere una stecca dal radio verso il carpo).

Dopo avere passato sinteticamente in rassegna altre opzioni chirurgiche ancora valide (trasposizioni muscolari o tendinee a livello del ginocchio, del gomito, della mano, o osteotomie correttive), Marino Zuco si riservò per ultimo l’argomento delle scoliosi paralitiche, un problema che, a suo dire, la scuola da lui diretta aveva affrontato «con grande entusiasmo e con grande fede»; e aggiungeva: «…abbiamo iniziato il trattamento nelle forme più gravi nei soggetti che avevano vergogna di presentarsi in pubblico, abbiamo proseguito con molto maggiore successo in casi che erano correggibili passivamente». La tecnica consisteva nei seguenti passaggi: demolizione del gibbo costale e conservazione delle costole in banca delle ossa; mobilizzazione chirurgica della colonna e correzione della deformità, nel limite del possibile, mediante speciali retrattori dal lato convesso (nei soggetti in accrescimento), o estensori dal lato concavo (ad accrescimento ultimato); infine aggiunta di un trapianto in sede concava o convessa per realizzare, in maniera stabile, la correzione raggiunta. Per dare maggior credito agli interventi precoci, sosteneva che la fissazione dal lato convesso portava, nell’ulteriore accrescimento dei corpi, a un miglioramento del quadro.

C’era un altro cardine da considerare, oltre alla apparato-terapia e alla chirurgia, nel trattamento degli esiti della poliomielite: la fisioterapia. Su questo tema intervenne un allievo di Marino Zuco, Dante Costanzo, divenuto primario dell’Istituto Ortopedico di Ariccia, area dei Castelli Romani, uno dei tanti centri di recupero dei poliomielitici che erano sorti in Italia (o che per tale scopo erano stati adibiti). Fisioterapia che poteva essere condotta con mezzi fisici strumentali (termoterapia, elettroterapia), con mezzi manuali (massoterapia), o attraverso la kinesiterapia (in palestra con l’ausilio di attrezzi vari oppure in piscina e in vasche per sfruttare l’azione facilitante dell’acqua).

Anche qui l’esperienza maturata sul campo – sia nella fase ortopedica-chirurgica che in quella riabilitativa – permetteva al relatore di esporre con cognizioni precise e su dati concreti ogni metodica utilizzata. Ed anche in questo caso si può dire che la voce portata in aula fosse quella di una intera comunità di ortopedici e fisiatri, che in qualsiasi parte della Penisola si dedicavano a questa difficile opera di recupero e, se possibile, di reinserimento nella società. Quello di Ariccia era sicuramente uno dei centri di maggiore tradizione ed efficienza. Non da meno lo erano quello di Malcesine sul Lago di Garda, di Venezia all’Ospedale dell’isola di Santa Maria delle Grazie, del Santa Corona di Pietra Ligure, del Rifugio Finzi Ottolenghi di Milano, della Pro Juventute di Parma, del Ravaschieri di Napoli, dell’Ospizio Albanese di Palermo (tanto per citarne solo alcuni). Per non parlare di tutti i reparti di ortopedia, universitari o ospedalieri, che si erano praticamente dovuti trasformare – fino a due terzi dei loro spazi e delle loro attività – in istituti per poliomielitici.

Il messaggio condiviso, e ben trasmesso da Costanzo, era che senza una valida fisioterapia, e in particolare kinesiterapia, era impossibile far sì che il poliomielitico recuperasse una certa capacità di movimento, e quindi anche di vita di relazione. E l’approccio doveva essere tutt’altro che empirico, senza prescindere da un attento esame dei diversi quadri anatomo-patologici che potevano presentarsi. Ogni esercizio (di mobilizzazione passiva, assistita, contro resistenza) e ogni utilizzo di attrezzi (per la ginnastica segmentaria, l’addestramento alla statica e alla deambulazione) doveva essere adattato al singolo soggetto, mirato a fare riconoscere la posizione degli arti nello spazio e ad attivare solo quei gruppi muscolari deputati a un movimento efficace.

Non un compito agevole da affrontare, e non sempre ricompensato da risultati brillanti, come del resto non lo era per il chirurgo, spesso costretto a re-intervenire. La lesione nervosa proiettava nel tempo alterazioni muscolari e scheletriche per le quali si poteva solo sperare in un compenso, in un aggiustamento funzionale, per bene che andasse. Quella contro la poliomielite era, e continuava a essere, una vera e propria sfida. Se medici di base, pediatri e neurologi non avevano alcuna arma terapeutica a disposizione per contrastare la malattia in fase acuta, ortopedici, fisiatri e fisioterapisti ne avevano diverse nella fase degli esiti, ma nessuna risolutrice. Che però valesse la pena di perseverare e accentuare gli sforzi in questo campo non vi erano dubbi; ogni poliomielitico in più che veniva reimmesso nella società, invece di restarne ai margini, equivaleva a un successo.

Sabin addolcisce; poi come prima!

Dal convegno romano era emersa anche questa dura realtà. Di progressi in campo clinico e assistenziale ne erano stati compiuti, e ancora se ne potevano raggiungere, ma la battaglia si poteva vincere soltanto sul terreno della vaccino-profilassi. Jonas Salk, nella circostanza, impersonava in qualche modo il sentimento di speranza per l’avvenire, il sogno che il poliovirus non trovasse più organismi umani privi di difese anticorpali. Chissà se un giorno le corsie dei reparti di ortopedia o degli istituti di riabilitazione si sarebbero svuotati di bambini o giovani adulti ai quali «il destino, in una notte di febbre, aveva tarpato le ali e li aveva privati del moto»? Chissà se gli ortopedici sarebbero stati privati di un tale “patrimonio” e indirizzati verso altri traguardi?

In quel preciso momento storico – primavera del 1959 – Salk e il suo vaccino rappresentavano l’unica àncora di salvezza, almeno in Italia. Ma le cose sarebbero presto cambiate. In un’altra università degli Stati Uniti, a Cincinnati, il virologo Albert Sabin (nato nel 1906 in Polonia, a quell’epoca facente parte dell’impero russo, anch’egli di religione ebraica) sperimentava già da qualche anno un diverso tipo di vaccino per la poliomielite, ottenuto da virus vivi attenuati, allo scopo di provocare una forma lieve di malattia, senza che venissero attaccate le cellule del midollo spinale, quindi senza paralisi. Rispetto al vaccino che utilizzava virus uccisi, gli venivano riconosciuti diversi vantaggi: minor costo, comoda somministrazione per via orale, e soprattutto la capacità di produrre una buona immunità a livello intestinale, il che aiutava a prevenire l’infezione con il virus selvaggio nelle zone in cui era endemica.

Le prove umane di questo nuovo vaccino si erano iniziate nel 1957, ma la popolarità di Salk impedì inizialmente un test su larga scala. Sabin decise allora di rivolgersi all’estero, proprio al blocco “nemico” comunista dell’Est Europa; dal ’59 vennero vaccinati milioni di bambini in Cecoslovacchia, Polonia, Unione Sovietica, Germania Est, Jugoslavia, oltre a paesi dell’Asia. Il successo fu talmente eclatante che gli stessi Stati Uniti, nei primi anni ’60, ne accettarono la produzione e l’utilizzo, fino a che, in breve tempo, il “Sabin” divenne il vaccino di scelta. Con orgoglio, e una buona dose di immodestia, il suo ideatore avrebbe poi avuto modo di proclamare al mondo l’assoluta superiorità del suo vaccino; ma al di là del compiacimento personale, non inseguiva altri scopi, perché anche lui – al pari del collega – non volle mai fare registrare il brevetto, per non lucrare sui mali dell’umanità.

Il “Salk” pagava, forse ingiustamente, i propri limiti e qualche incidente di percorso. Il limite principale, a parte costo e via di somministrazione, era rappresentato dal fatto che, pur conferendo una buona immunità individuale, il vaccino non impediva al virus di continuare a persistere nell’ambiente e a essere trasmesso con le feci dei portatori sani; a livello ambientale, quindi, il virus selvaggio godeva ancora di una certa libertà. Quanto agli incidenti di percorso, ve ne era stato uno nell’aprile del 1955 – appena due settimane dopo l’annuncio ufficiale della sua efficacia – che aveva diffuso un certo smarrimento nella popolazione statunitense. Dopo inoculazione di un lotto di vaccini preparati da una delle cinque case farmaceutiche autorizzate, la Cutter, cinquanta bambini erano rimasti paralizzati e cinque avevano perso la vita. Si riuscì poi a dimostrare come l’incidente-Cutter era stato provocato esclusivamente da un errore di produzione; l’opinione pubblica, comunque, ne era rimasta scossa.

Nel 1964 il vaccino Sabin faceva il suo ingresso anche in Italia, soppiantando quello “rivale” per la profilassi di massa dai 4 mesi ai 6 anni. Veniva accolto da tutti con favore, non foss’altro che per la comodità di somministrazione per via orale. Ne erano entusiasti soprattutto i bambini, ai quali non sembrava vero di vedere sostituita la siringa per l’iniezione intramuscolo con una inoffensiva – anzi gradevole – zolletta di zucchero imbevuta da due gocce del preparato. Al di là comunque di questo aspetto edulcorato, l’effetto benefico del vaccino si rilevò sorprendente, perché già nel secondo semestre dello stesso anno i casi dichiarati di polio nel nostro paese furono 212 contro i circa 2000 dello stesso periodo degli anni precedenti. L’OPV (Oral Polio Vaccine) si assicurò poi l’esclusiva anche quando, nel 1966, la vaccinazione venne resa obbligatoria. Si arrivò a protocollare uno schema, che prevedeva la somministrazione di quattro dosi (dai 3 mesi ai 2-3 anni), sostituendo poi lo zuccherino con la semplice instillazione delle gocce nel cavo orale.

Si andò avanti così per molti anni, ma la partita – per così dire – non era stata ancora definitivamente vinta. Negli Stati Uniti, tra il 1973 e il 1984, si registrarono 138 casi di poliomielite paralitica in seguito a vaccino Sabin, che stavolta metteva a nudo i suoi di limiti. Il problema dei virus inattivati, infatti, era che riproducendosi nell’intestino potessero dar vita a ceppi mutanti in grado di tornare alla forma virulenta nei confronti del midollo spinale. Anche in Italia si dovette registrare un fenomeno del genere, in pochi ma significativi casi; e questo portò, nel 1999, a una modificazione della scheda vaccinale, embricando i due tipi: prime due dosi con vaccino IPV (cioè il Salk, Inactivated Polio Vaccine), seconde due dosi con OPV. Una situazione di parità destinata a durare poco, perché nel 2002, dopo che l’Italia era stata dichiarata “polio free”, e quindi al riparo dal virus selvaggio, il “Salk” è tornato di nuovo a dominare la scena in maniera esclusiva, con quattro dosi di IPV nella scheda vaccinale.

A distanza di quasi settant’anni il vaccino inattivato è tuttora quello in uso nel nostro Servizio Sanitario Nazionale; occupa un posto nel complesso esavalente (di cui è previsto l’obbligo di cinque dosi tra infanzia e adolescenza), in compagnia dei vaccini contro la difterite, il tetano, la pertosse, l’epatite B, l’haemophilus influenzae. L’eradicazione totale nel mondo sembra da tempo vicinissima, ma non è ancora avvenuta, resistendo ancora qualche sporadico focolaio, specie in zone endemiche come il Pakistan e l’Afghanistan.

Alla lunga, dunque, è stato Salk ad affermarsi, ma la controversia con Sabin non era sostenuta da una vera competizione, né da una sterile rivalità personale; si trattava soltanto di una questione di principio sul metodo migliore per ottenere vaccini efficaci. Entrambi avevano dato tutto per il bene comune, senza cercare gloria e denaro; entrambi avevano risparmiato a gran parte dell’umanità, in tempi e modi diversi, una malattia così invalidante. Si sarebbero poi incontrati, scambiandosi serenamente idee e strette di mano. Nessuno dei due aveva vinto sull’altro; ma grazie a loro, era stata la scienza a trionfare!

Il patrimonio della scuola romana

Carlo Marino Zuco non fece in tempo a liberarsi dal peso – sarebbe forse meglio parlare di dovere, se non di opportunità professionale – che la poliomielite faceva gravare con i suoi esiti. Aveva 66 anni quando presiedette il convegno da lui accolto, e nei quattro che gli restavano prima di concludere la sua lunga carriera accademica dovette ancora impegnare gran parte delle risorse sue e del suo istituto a correggere deformità paralitiche, e a rieducare coloro che ne erano stati colpiti. Un obbligo al quale erano stati chiamati tutti gli ortopedici, come già sottolineato, e un direttore di istituto come lui non poteva certo sottrarsi a tale responsabilità.

Del resto, non si era mai tirato indietro nell’affrontare in maniera scientifica tutte le patologie che gli si presentavano nella pratica quotidiana. Tra quelle che più avevano attirato il suo interesse c’erano le deformità della colonna, cifosi e scoliosi (qui aveva introdotto metodiche e apparecchiature di raddrizzamento di cui in parte abbiamo parlato a proposito delle forme paralitiche), la lussazione congenita dell’anca e i suoi postumi a distanza (fu tra i primi a ideare e impiantare protesi articolari, in materiale misto metallo-acrilico), la frattura del collo femorale (escogitò uno strumento per il centramento della vite cefalica), la dismetria degli arti (una tecnica di allungamento del femore l’aveva sperimentata quando era ancora aiuto di Dalla Vedova).

In campo accademico, Marino Zuco aveva istituito, e dirigeva, scuole di specializzazione in ortopedia e fisio-chinesiterapia. Era stato redattore fin dal 1929, anno di nascita, della rivista “Ortopedia e Traumatologia dell’apparato motore”, assumendone poi la direzione dal 1943; e nel 1956 ne aveva fondata un’altra, “Orizzonti della moderna ortopedia e riabilitazione”, destinata per l’appunto ad abbracciare orizzonti sempre più vasti della specialità, in particolare quelli riguardanti la riabilitazione e il reinserimento nel lavoro dei minorati.

Membro di numerose società scientifiche, aveva ricoperto la carica di presidente della SIOT nel biennio 1951-’52. Inoltre, avvalendosi della norma secondo cui i congressi nazionali della Società si dovessero svolgere a Roma ad anni alterni (ed essendo solo la Clinica della capitale ad avere questo privilegio) ne aveva organizzato e presieduto ben sette in un decennio, dal ’47 al ’57; l’ottavo, e ultimo, sarebbe andato in scena – sempre nella stessa aula magna – nell’autunno del 1959, pochi mesi dopo il convegno sulla polio.

Con queste e altre iniziative, Marino Zuco aveva rilanciato la Clinica ortopedica romana dal punto di vista scientifico, oltre che a rifondarla dal punto di vista strutturale, ponendosi a capo di una scuola frequentata da un gran numero di allievi, molti dei quali destinati a ricoprire posti apicali in carriere universitarie e ospedaliere. Le foto che pubblichiamo, scattate proprio in occasione di quel convegno, mostrano solo alcuni esponenti di questa lunga schiera, ripresi attorno al loro maestro o a fare da cornice all’ospite d’onore Salk.

Fu proprio uno di questi allievi, Giorgio Monticelli, a raccogliere il testimone della successione in cattedra (nell’anno accademico 1963-’64), ereditando anche l’onere di porre rimedio agli esiti della polio. Compito, quest’ultimo, che continuò a coinvolgere tutti gli esponenti delle scuole ortopediche in Italia, per circa due decenni. La pubblicazione di due importanti testi interamente dedicati a tale patologia (“La poliomielite” di Antonio Mezzari e collaboratori di Trieste; “La terapia ortopedica e chirurgica della poliomielite” di Raffaele Zanoli e Armando Franz, direttore e aiuto del Rizzoli di Bologna) testimoniava il pressante bisogno di conoscenza e di continuo aggiornamento, al fine di provvedere alle cure più adeguate. Sono cresciute così – di necessità virtù – intere generazioni di specialisti.

Bisognò attendere il 1982 per registrare in Italia gli ultimi due casi autoctoni di infezione con conseguente paralisi, peraltro in due bambini non vaccinati. Da allora di anni ne sono passati tanti. Quel giorno in cui le corsie dei reparti di ortopedia o degli istituti di riabilitazione si sarebbero svuotati di pazienti affetti dalla poliomielite è già arrivato. Privati di un tale “patrimonio”, gli ortopedici si sono indirizzati verso altre frontiere e altri traguardi. Per essere, sempre e comunque, al passo coi tempi!

Dedico questo articolo al compianto prof. Luigi Romanini, maestro di ortopedia e di storia dell’ortopedia; più di una volta mi aveva raccontato dell’interesse suscitato dal convegno romano del 1959 sulla poliomielite, al quale lui aveva partecipato – allora ventinovenne – tra i più giovani allievi di Marino Zuco.

Storia

Ricevuto e accettato: 3 marzo 2026

Figure e tabelle

Jonas Salk (1914-1995). Fu l’ideatore del primo vaccino antipoliomielite, ottenuto con virus inattivato, somministrato per iniezione intramuscolo. (Fonte: thejonassalkproject.weebly.com)

Roma, maggio 1959. Salk (indicato dalla freccia) seduto in prima fila nell’aula magna della Clinica ortopedica (in alto una veduta panoramica a spalti vuoti) applaudito dai partecipanti al convegno sulla poliomielite. Alla sua destra si scorge Giovanni Leone, allora Presidente della Camera, futuro Presidente della Repubblica. (Fonte: archivio SIOT-Romanini)

Carlo Marino Zuco (1893-1965). Un’intera carriera vissuta nella Clinica ortopedica di Roma; nel ruolo di direttore dal 1940 al 1963. (Fonte: archivio SIOT)

Uno dei casi clinici mostrati da Marino Zuco nel corso della sua relazione. Triplice artrodesi su piede ciondolante paralitico in un adolescente; rx pre- e post-operatoria a distanza. (Fonte: Atti del convegno sulla poliomielite, 1959)

Roma, maggio 1959. Marino Zuco (in primo piano al centro) intrattiene Salk (alla sua destra) in una pausa del convegno, attorniato da alcuni suoi allievi. Si riconoscono Giorgio Monticelli (1), Lamberto Perugia (2), Ugo Del Torto (3). (Fonte: archivio SIOT-Romanini)

Albert Sabin (1906-1993). A lui si deve la scoperta e la diffusione di un vaccino antipoliomielite ottenuto con virus attenuati, somministrato per via orale. (Fonte: www.thepaper.cn)

Roma, maggio 1959. Allievi di Marino Zuco fanno da cornice all’ospite d’onore Jonas Salk (al centro, seduto) in una sala della Clinica ortopedica. Da sinistra: Ugo Del Torto, Renato Mastromarino, Lamberto Perugia, Marcello Pizzetti, Giorgio Monticelli, Aldo Maiotti, Maurizio Monteleone, Giambattista Carsillo (ortopedico di origine americana, che in quella occasione ebbe il ruolo di interprete). (Fonte: archivio SIOT-Romanini)

Roma, maggio 1959. Un giovanissimo Luigi Romanini (in primo piano, a sinistra), ritratto tra i partecipanti al convegno, insieme ai colleghi Carmine Carbone e Agostino Mangiaracina. (Fonte: archivio SIOT-Romanini)

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Nunzio Spina - Macerata

How to Cite
Spina, N. (2026). Salk e il suo vaccino antipolio: onori per l’ortopedia italiana! . Giornale Italiano Di Ortopedia E Traumatologia, 52(1). https://doi.org/10.32050/0390-0134-2411
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